Negli ultimi anni si sente parlare sempre più spesso di disturbi legati all’assunzione di glutine, anche in persone che non sono affette da celiachia. Si tratta della sensibilità al glutine non celiaca (NCGS), una condizione ancora poco conosciuta ma sempre più riconosciuta nella pratica clinica. Pur non comportando danni intestinali permanenti come la celiachia, può incidere in modo significativo sulla qualità della vita.
La sensibilità al glutine non celiaca si manifesta con sintomi simili a quelli della celiachia o della sindrome dell’intestino irritabile, ma senza che vi sia una reazione autoimmune né un’allergia al grano.
Quali sono i sintomi più comuni?
I sintomi della NCGS compaiono generalmente poche ore o giorni dopo l’ingestione di alimenti contenenti glutine. I più comuni includono:
Dolori addominali e gonfiore
Diarrea o stitichezza
Nausea
Mal di testa
Affaticamento persistente
Dolori muscolari o articolari
Ansia o difficoltà di concentrazione (“brain fog”)
Questi disturbi migliorano sensibilmente con l’eliminazione del glutine dalla dieta, per poi ricomparire alla sua reintroduzione. Tuttavia, l’assenza di marker biologici specifici rende difficile una diagnosi certa e spesso si arriva a identificarla per esclusione.
Come si diagnostica?
La diagnosi di sensibilità al glutine non celiaca si basa essenzialmente su un approccio clinico di esclusione. I passaggi fondamentali sono:
Escludere la celiachia, tramite esami del sangue specifici (anticorpi anti-transglutaminasi, anti-endomisio) e, se necessario, biopsia intestinale.
Escludere l’allergia al grano, con test allergologici.
Monitorare la risposta alla dieta priva di glutine, osservando se e come si riducono i sintomi.
Il medico può proporre una dieta controllata e un diario alimentare per monitorare la comparsa e la scomparsa dei sintomi in relazione all’assunzione di glutine. Questo permette di valutare se esiste una reale correlazione e, in caso positivo, di confermare la diagnosi.